Un Parco tra Europa e Mediterraneo

Tra i passi della Cisa e delle Forbici, i crinali boscosi che separano la Toscana dall'Emilia lasciano il posto a un ambiente di vera montagna. Le vette dell'Alpe di Succiso, del Monte Prado e del Monte Cusna superano i 2000 metri, le foreste lasciano il posto alle rocce, ai laghi e alle praterie d'alta quota. Più in basso, sul versante emiliano, l'inconfondibile Pietra di Bismantova domina il paesaggio con le sue pareti verticali. Il Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano vanta una straordinaria ricchezza di ambienti, dalle praterie alle brughiere a mirtillo alle vette più impervie; e ancora laghi, cascate, specchi d'acqua, pareti rocciose che si stagliano a picco sui torrenti; animali come il lupo, il muflone, il capriolo, l'aquila reale e rarità botaniche che fanno di intere zone veri e propri giardini botanici naturali. Il valore turistico di quest'area naturale punta anche su prodotti e servizi di qualità, eccellenti strutture per le attività sportive e il relax, adatte per vacanze... fino a 2000 metri.

E' stato un sentiero in salita, stretto, difficile, a volte imprevedibile, come un percorso di bosco, quello che ha portato a istituire il Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano.

Si fa presto a dire "il Parco"... ora. Prima, fino all'approvazione della legge istitutiva, il Parco Nazionale era un sogno per alcuni, ma un incubo per altri.
I più hanno cominciato a discuterne seriamente quando 'il sentiero' aveva già superato la sua cima "Coppi", cioè l'emanazione della Legge 344 del 1997 quando, in verità, era già iniziata la discesa... difficile ed incerta anche quella, come sa chi va in montagna, ma comunque accompagnata dalla convinzione di arrivare prima o poi a una meta.

Con la legge 344 abbiamo voluto, per la prima volta in Italia, favorevole dei Consigli comunali all'istituzione di un Parco Nazionale e del suo perimetro. Ciò ha comportato quattro anni di confronti di idee e contrasti politici. Lunghi, ma anche fecondi nel far crescere una nuova visione della funzione del territorio appenninico su due versanti: non più retroterra e serbatoio per aree industriali e urbanizzate (la via Emilia e la costa), ma luogo con identità propria, luogo di eccellenze ambientali, produttive e umane.

Luogo di riequilibrio tra uomo, natura e paesaggio; di rinnovato orgoglio territoriale, di moderne vocazioni economiche e di antico e prezioso senso della comunità. Un'area naturale protetta, ma anche un progetto territoriale e umano.


Giungeva così ad esito una discussione avviata molti anni prima. Sulla stampa locale, l'11 novembre del 1993, era apparso un articolo scritto a quattro mani dal sottoscritto e da Sergio Fiorini, presidente del Parco regionale del Gigante (poi confluito nel Parco Nazionale): volevamo aprire una discussione pubblica, e quella che voleva essere sono una prima riflessione si rivelò essere un manifesto di intenti. In sintesi, affermavamo che l'economia di queste valli stava mutando. Che una funzione produttiva in senso tradizionale, se mai poteva esserci stata sulla nostra montagna, si era persa, e le soluzioni per questa crisi economica e sociale si dovevano cercare in una economia " ecologica", che praticasse strade autonome, innovative e antichissime allo stesso tempo: l'agricoltura biologica, le produzioni tipiche zootecniche, i prodotti del bosco, l'agriturismo e l'artigianato di qualità. L'Appennino era un irripetibile serbatoio di valori naturali e culturali, circondato da una delle più vaste conurbazioni produttive interregionali (Pianura Padana, Lucchesia, Versilia e La Spezia). Occorreva proteggere l'Appennino per destinarlo a finalità socio-economiche di lunga durata e ampio respiro.

Alcuni parchi regionali sul versante emiliano ed il parco regionale delle Apuane sul versante toscano erano già un segnale in questa direzione, ma avevano altresì incontrato forti opposizioni e, soprattutto, proponevano una frantumazione istituzionale e geografica che rendeva l'idea di parco insufficiente a dare una connotazione forte e di valore nazionale dell'ambiente e del paesaggio come risorse guida del futuro per i crinali di montagna collocati tra la pianura padana, la Versiglia e le Cinque Terre.

Ci sono state perciò anche conservatorismi istituzionali, oltre ad antiche paure e resistenze sociali e culturali a disseminare di ostacoli il percorso di costruzione della legge e del successivo decreto istitutivo del Parco. Tutto ciò ha però imposto un confronto che ha avuto anche la forma di partecipatissime assemblee nei centri e nei borghi più alti dell'Appennino. Già in questo passaggio l'idea del Parco ha generato un prodotto importante per il territorio: animazione culturale, civile e politica.

Il decreto istitutivo è arrivato il 21 maggio 2001 e ha definito un perimetro contorto e sofferto, specchio dei conflitti, sempre salutari, della democrazia, ma tuttavia esteso a quattro province e due regioni, idoneo a configurare il nuovo Parco nazionale dell'Appennino come tessuto connettivo di un'area più vasta.

E' stato un percorso davvero in salita, che però, come i grandi sentieri di montagna, ha regalato alla fine la soddisfazione di una visione di ampio respiro e di vera bellezza.

L'Italia ha avuto così un'altra grande area protetta in uno snodo essenziale delle sue connessioni climatiche, paesaggistiche e storiche.

Il confine climatico euromediterraneo, i valichi appenninici da cui si vedono a occhio nudo la Pianura padana, il mare, le Apuane, la Pietra di Bismantova, le terre dei Canossa e quelle dei Malaspina, l'Emilia, la Toscana e la Liguria. Sono crinali e valichi che hanno unito e diviso nei secoli popoli, espresso culture e dominazioni diverse, dai Romani ai Galli, dagli Etruschi ai Liguri, dai Longobardi ai Bizantini fino ad essere teatro della resistenza e Linea Gotica, frontiera tra tedeschi e alleati, nel terribile inverno del '44.

Erano terre di pascoli e carbonai, luoghi di allevamento e povera agricoltura di montagna, oggi sono luoghi di turismo per quattro stagioni, ma ancora soprattutto luoghi di produzioni tipiche e di qualità: sul versante nord le filiere del Parmigiano reggiano o del prosciutto di Parma segnano l'economia così come il paesaggio. Sul versante sud l'aria e la vicinanza del mare e delle Apuane caratterizzano i sapori e la cucina, indirizzano l'economia ed i flussi delle persone, raccontano un'altra storia e con essa ancora una volta un paesaggio capace di cambiare nelle quattro stagioni come le sequenze di un grande caleidoscopio naturale.

I visitatori più attenti, dalla vetta del Monte Giogo come dal passo di Pradarena, o dai cento balconi panoramici su strade e sentieri, possono rendersi conto che i confini del Parco, quelli che si percepiscono con gli occhi e quelli che si respirano soffermandosi, sono più vasti e più ricchi di suggestioni di quelli che si leggono nella cartografia.

Gli ottimi contenuti di questo sito sono solo l'inizio di un percorso di conoscenza di questo territorio che nello spazio degli spostamenti di una sola giornata offre forti confini ed improvvise aperture, suggerendo sensazioni ed emozioni in misura assolutamente straordinaria.

On. Sen. Fausto Giovanelli
Presidente del Parco Nazionale Appennino Tosco Emiliano

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Un parco tra Europa e Mediterraneo

L'Appennino che si innalza tra il mare di Toscana e la pianura dell'Emilia, respira le arie dell'Europa e quelle del Mediterraneo.
Il Crinale corre sul filo dei 2000 metri.
È un sentiero, sospeso tra due mondi che nelle 4 stagioni cambiano, ribaltano e rigenerano i colori, le emozioni, i profumi e le prospettive.
Si concentra qui gran parte della biodiversità italiana favorita dalla contiguità della zone climatiche europea e mediterranea.
Oggi sempre di più sono turisti ed escursionisti, con gli scarponi, con i bastoni, con le ciaspole o i ramponi, con gli sci e con le biciclette. Ognuno può scegliere il modo di esplorare questo mondo, da sempre abitato e vissuto a stretto contatto con la natura e le stagioni che dettano ogni giorno un'agenda diversa.

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